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    12 SETTEMBRE 2003: Parte l'anno scolastico.



    Che scuola troveranno i 500.000 studenti emiliano-romagnoli che, in questi giorni, inizieranno il nuovo anno scolastico?
    A dispetto dei titoloni sui giornali che, nel febbraio scorso, davano la riforma per fatta, dal punto di vista normativo non cambierà praticamente nulla. Unica novità, forse, l'inglese dalla prima elementare; insegnato con supplenti raccattati qua e là e senza dispense né un programma di riferimento.
    Non cambieranno i programmi, non cambieranno gli ordinamenti, almeno sino a che non si saranno risolte le divergenze all'interno della maggioranza di governo.

    E' cambiata invece e in profondità, la "scuola reale" quella con cui fanno i conti ogni giorno insegnanti, studenti, genitori. Due anni di tagli indiscriminati (organici, personale ausiliario, bilanci delle scuole, edilizia scolastica, sostegno, enti locali..) hanno infatti ridotto notevolmente il perimetro della "scuola possibile", penalizzando chi si era spinto ben oltre quel "minimo indispensabile" che oggi si vorrebbe assumere come limite invalicabile del ruolo della Scuola Pubblica.

    E' il caso della nostra regione dove, con la collaborazione dei genitori e degli enti locali, sono stati allestiti laboratori di musica, d'inglese, d'informatica (ben prima delle famose "tre I"), si è investito sull'integrazione degli immigrati, sul sostegno agli alunni disabili, sulle strutture e i servizi scolastici. Sono state sviluppate le esperienze di tempo pieno e prolungato, è stata garantita la scuola materna a tutti i richiedenti. Partendo dai nidi e accompagnando lo studente sin oltre l'ingresso nel mondo del lavoro, questo sistema scolastico ha garantito livelli d'eccellenza, certificati anche da recenti indagini ministeriali.

    Questo modello, vincente sia sul piano dei risultati sia sul fronte sociale, oggi rischia di essere cancellato perché vengono a mancare le risorse per sostenerlo. Vengono respinte le richieste di tempo pieno, le nuove sezioni di scuola dell'infanzia vengono concesse part-time, vengono eliminati gli insegnanti che garantivano la funzionalità dei laboratori. Tutto ciò che non è lezione frontale su materie obbligatorie viene considerato sacrificabile. Nello stesso tempo peggiorano le condizioni d'insegnamento. Classi sino a trenta alunni, pur in presenza di ragazzi stranieri o disabili. Bilanci delle scuole basati sempre più sui contributi volontari dei genitori. E' scuola di qualità questa?

    Il linguaggio ministeriale parla di "razionalizzazione della spesa". Criterio che a quanto pare non vale per la scuola privata che, pur in crisi d'iscrizioni e al servizio del sette per cento della popolazione scolastica, viene premiata da bonus per 30 mil. d'euro l'anno, senza distinzioni di reddito né controlli di qualità,. In questo caso la giustificazione è "favorire la libertà di scelta delle famiglie". Peccato che in molte realtà locali è proprio l'impossibilità di scegliere scuole statali e comunali ad obbligare i cittadini ad iscriversi alle scuole private, pagando le relative rette. Non trovano posto (idem per i nidi) perché queste non ci sono o perché non hanno insegnanti a sufficienza per coprire le richieste. Come si può reclamare la libertà di scelta delle famiglie se viene a mancare una delle possibili opzioni? L'unica che, per "statuto", deve garantire laicità, pluralismo, pari opportunità per tutti?

    I genitori hanno imparato da tempo ad organizzarsi per difendere i propri diritti ottenendo risultati importanti . La partita più importante, si giocherà tuttavia nei prossimi mesi quando i decreti attuativi cominceranno a disegnare la scuola che verrà. Se qualcuno ha già le idee chiare su come la vorrebbe è bene che le esprima per tempo, tra poco potrebbe essere troppo tardi.

    Andrea Graffi
    Portavoce GASP Bologna

    Editoriale pubblicato su L'Unità di Bologna Venerdì 13 settembre 2003
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